Nascita di una religione.

Le cronache storiche tibetane partono dal 7° secolo d.C e narrano che all'epoca, le armate tibetane rappresentavano per i paesi limitrofi e per i luoghi che sarebbero stati in futuro al centro della via della seta, ciò che gli Unni erano per L'Europa.
Nel 842, con l'assassinio del re, la regione si frammentò in principati feudali indipendenti e i tibetani non avrebbero mai più abbandonato gli elevati altipiani che popolavano. Con la scomparsa dell'autorità secolare aumentò il potere del clero buddista.
Il buddismo aveva iniziato a diffondersi nella regione intorno al 3° secolo d.C., ma all'inizio aveva dovuto confrontarsi e convivere con la religione animistica allora presente, il Bon. Da essa adottò molti dei riti animistici che, associati alle pratiche esoteriche del buddismo tantrico importato dall'India posero le basi per l'evoluzione del buddismo tibetano.
Alla fine del 7° secolo d.C la religione buddista era diffusa in tutto il Tibet e i monasteri aumentarono sempre maggiormente il loro coinvolgimento nelle decisioni politiche e amministrative del paese.
Nel 1641 i Gelupa (la setta dei berretti gialli), con l'aiuto dei mongoli buddisti, diede battaglia e sconfisse la setta dei berretti rossi. Fu a quel punto che religione e politica si legarono indissolubilmente.
Il loro leader Tsong Khapa si fece chiamare Dalai Lama, che significa "Oceano di Saggezza".
Tsong Khapa era nato nell'attuale provincia Cinese del Qinghai nella città di Huangzhong vicino al confine orientale con la provincia del Gansu. Adesso nella sua città sorge uno dei sei grandi monasteri del buddismo Tibetano, il Kumbum.
Gli altri cinque sono: Ganden Sera e Drepung nella zona di Lhasa, Tashilhunpo nella zona di Shigatse e Labrang nel Gansu (Cina) poche centinaia di km a sud del monastero di Kumbum.

Il monastero di Labrang

Labrang sorge nei pressi della città di Xiahe, piccola cittadina situata in una vallata circondata da sterminate praterie a 2920 d'altitudine vicino al confine con il Qinghai. La sua grande importanza per il buddismo tibetano risiede nel fatto che è la sede del buddha vivente di Labrang, il Jiamuyang. Questo lama è il terzo per ordine d'importanza dopo il Dalai Lama ed il Pancen Lama.
Oltre a ciò Labrang è il più grande monastero buddista al di fuori dei confini del Tibet e, come importanza, è secondo solo a quello di Lhasa.
Il monastero fu costruito tra il 1650 ed il 1700 da Rangzongtsé, il primo Jiamuyang, ed all'apice del suo splendore ospitava circa 4000 monaci. Era, ed è tuttora, una sorta di scuola superiore simile ad un collegio. Vi si trovano scuole d'arte, di medicina, di tradizioni buddiste pagane e religiose. Al suo interno, prima della rivoluzione culturale cinese, c'erano 38 conventi (Lamaserie) e circa 80 templi.
Labrang, non passò indenne il periodo della rivoluzione culturale cinese, molti monaci furono decimati, le scuole chiuse e numerosi conventi distrutti.
Il monastero, che aveva lavorato ininterrottamente per 3 secoli, riprese la propria attività nel 1980 con l'allentamento della politica repressiva del governo di Pechino.
Attualmente sono presenti circa 2000 monaci tra novizi e anziani ritornati dai campi di rieducazione, le scuole sono state tutte riaperte e numerosi templi e conventi restaurati.

Il Monlan o Grande Preghiera

Durante l'anno l'evento più importante per il monastero è il Monlan, o Grande Preghiera. I tibetani fanno riferimento ad un calendario lunare, quindi le date della ricorrenza variano di anno in anno. Il Monlan inizia tre giorni dopo il capodanno tibetano che in genere cade tra febbraio e marzo.
Per 4 giorni si tengono cerimonie spettacolari che richiamano in città nomadi delle praterie, pastori e pellegrini ognuno con i propri abiti variopinti.
Soprattutto le ragazze che devono sposarsi si ornano di bellissimi gioielli d'oro e corallo e si vestono con i costumi più sgargianti che possiedono. Non si tratta solo e semplicemente di una festa religiosa, ma anche di un'occasione per incontrarsi e passare del tempo insieme. Molti membri di famiglie che abitano distanti tra loro si incontrano in occasione della festa, i giovani ne approfittano per conoscere il loro futuro consorte, si tengono spettacoli di attori lungo la strada, tutti indistintamente pregano per acquisire nuovi meriti per la prossima vita.
Durante la mattina del primo giorno di celebrazioni viene esposta alla folla di pellegrini un'immagine sacra del buddha dipinta su un thangka di enormi dimensioni (35 mt x 25 mt), che viene steso sopra una collina sacra situata sulla sponda meridionale del fiume Dàxià Hè.
La folla che partecipa a questa cerimonia è impressionante e la devozione manifestata all'esposizione del dipinto sacro ha pochi eguali ad altre manifestazioni religiose.
Sono presenti tutti i vertici religiosi del monastero compresi i buddha viventi che vi risiedono.
Il secondo giorno è dedicato alla rappresentazione della danza dei diavoli (Qiamuqia), evento raccontato anche da Marco Polo che visitò il monastero durante la sua permanenza in Cina. I monaci della scuola di danza si esibiscono per tutto il giorno con maschere e costumi coloratissimi.
Queste danze hanno lo scopo di allontanare gli spiriti maligni e di rappresentare al popolo, originariamente nomade e analfabeta, la "bibbia" tibetana.
Il terzo giorno, per tutta la notte, i monaci espongono delle bellissime e colorate sculture raffiguranti vari buddha, realizzate con il burro di Yak. I pellegrini passano più volte davanti alle sculture e pregano con una devozione ancora una volta molto profonda.
Vengono esposte la notte perché nonostante la bassa temperatura del giorno -10°/-15° la forte irradiazione del sole, potrebbe danneggiare le statue. La notte invece con punte talvolta di -30° ciò non accade.
Il quarto giorno la statua di Maitreya viene portata in giro per tutto il perimetro del monastero e uno stuolo di fedeli segue la processione.

La preghiera nella cultura tibetana.

La preghiera ha nella cultura tibetana un'importanza fondamentale. I tibetani sono convinti che maggiore è la devozione che mettono nella preghiera e maggiori saranno i meriti che acquisiscono per raggiungere la beatitudine, un viaggio che può richiedere parecchie vite per giungere al sospirato termine.
Questa profonda convinzione radicata da secoli di pratica, aiutata dall'isolamento nel quale hanno vissuto fino a pochi decenni fa, ha prodotto un atto di venerazione profondo quanto commovente, il "ciak".
Come raccontava Marco Polo, i pellegrini si prostrano completamente facendo toccare la loro fronte per terra, con gambe e braccia distese. Si alzano poi in ginocchio e successivamente si rimettono in piedi a mani giunte, infine tornano a prostrarsi, pronunciando sempre ininterrottamente il sacro ritornello "Om mani padne hum". Alcuni usano una protezione per le mani e la fronte, altri invece a mani nude, sperano di avvicinarsi prima alla beatificazione.
In questo modo percorrono l'intero perimetro del monastero, lungo tre chilometri, più volte e molti arrivano anche da altre province impiegando mesi, a volte anni, per raggiungere Labrang.
Il perimetro del monastero è circondato a sua volta da portici e templi dove sono allineate le 1.174 ruote di preghiera tibetane o mulini di preghiera. Le ruote sono scolpite e dipinte con immagini e scritte sacre. All'interno della ruota si trovano fogli su cui è scritto il ritornello "Om mani padne Hum" ed i pellegrini, facendo girare le ruote notte e giorno, acquisiscono meriti dato che, l'efficacia del ritornello è assicurata non solo se pronunciato ma anche se letto o fatto girare.
Per lo stesso motivo i tibetani hanno l'usanza di scrivere le loro preghiere su bandiere da esporre al vento. Ogni volta che la bandiera sbatte è come se la preghiera si diffondesse nell'aria e porta meriti a chi l'ha esposta.
Per tutta la durata del Monlan è commovente osservare queste forme di preghiera per noi inusuali. In Occidente sono rimaste manifestazioni religiose intense che evocano in qualche modo penitenze e prostrazioni, ma sono limitate ai giorni della ricorrenza. La preghiera è invece per i tibetani uno stile di vita continuo ed è importante che venga praticato costantemente. I pellegrini nomadi addirittura passano da un monastero all'altro vivendo d'elemosine e praticando il "ciak" tutti i giorni.

La vita nelle praterie ed in città.

Durante il Monlan, la vita nelle praterie che circondano Labrang si svolge a ritmi ridotti, Quasi tutti i villaggi sono vuoti e le persone vi fanno ritorno solo alla sera tardi, sempre che non decidano di pregare durante la notte .
Al mattino presto, invece, si incontrano spesso delle donne che vanno al fiume per prendere l'acqua che scorre sotto uno spesso strato di ghiaccio. Anche i pastori, alcuni stanziali altri nomadi, al mattino fanno uscire dalle stalle i loro greggi di yak o pecore.
Di solito ogni famiglia di pastori ha un monaco a Labrang o in altri monasteri minori nei dintorni. È il caso per esempio del monaco Governante del Jiamuyang di Labrang. Ultimo di sei fratelli è entrato in monastero da piccolo per volontà delle sua famiglia che aveva sempre avuto un monaco in casa, ed è arrivato a ricoprire una carica ambita e di responsabilità. La storia è molto simile per la maggior parte dei monaci del monastero.

La modernità

Ultimamente l'influenza della modernizzazione, dovuta anche alla numerosa presenza di cinesi nelle zone una volta popolate esclusivamente da tibetani, non ha mancato di far sentire i suoi effetti.
Alcuni bambini non vestono con i vestiti tipici della loro cultura ma preferiscono cappellini o giacche di foggia occidentale. La televisione, come già si è verificato in occidente, sta pian piano cambiando le abitudini delle famiglie. Non è raro trovare nelle praterie case di pastori senza energia elettrica, ma con l'antenna della televisione, alimentata da una batteria.
Il telefono cellulare stesso ha fatto il suo ingresso in una cultura dove alcune abitudini sono ancora medioevali nel senso migliore della parola, nel senso della tradizione e della spiritualità.
Insieme queste due qualità, unite anche ad una tenacia unica, hanno permesso ai tibetani di affrontare e superare condizioni di vita dure. Alcune legate ai luoghi inospitali che popolano e altre legate alla presenza cinese sul loro territorio, il Tibet.
Questa presenza, che ultimamente si è portata dietro anche la frenesia di una Cina in piena corsa verso l'occidentalizzazione, stà pian piano cambiando le abitudini secolari di un popolo che è abituato da secoli a reagire alle difficoltà con una frase la cui traduzione significa: " Non importa se mi succede qualcosa di brutto. Devo affrontare le avversità della vita con serenità, pazienza e fede, così la prossima sarà probabilmente migliore di questa. Se non mi reincarnerò, ancora meglio perché sarò nel limbo del Nirvana dove tutto è, pace serenità ed equilibrio.


 
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